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Ottobre 2016

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A DRIVE WITH… BENJAMIN

A DRIVE WITH… BENJAMIN RIOS, MOTOCROSS, 7 ANNI In senso orario dall’alto: Benjamin Rios sembra essere un esempio di cosa si possa ottenere mettendo natura e pratica insieme: suo padre è stato campione di motocross, ma lui è anche nato con un coraggio straordinario. Si potrebbe dire che Benjamin, figlio di un campione mondiale di motocross, sia nato con la benzina nelle vene. Ad appena sette anni, già partecipa a competizioni sportive e guida a un livello che va ben oltre la sua età. “Sono certa che Benjamin abbia la moto nel sangue”, dice Claudia Rios, sua madre. “La parte relativa alla motocicletta si spiega con l’ambiente in cui è cresciuto, visto che suo padre era un campione di motocross. Ma lui è sempre stato un temerario. Ancor prima di sedersi su una moto faceva cose che gli altri bambini non facevano. Era impavido di natura, come suo padre, suo fratello e suo nonno”. Claudia sostiene che Benjamin è essenzialmente ignaro del suo talento e della sua natura da temerario: la spinta costante verso nuove sfide sembra far parte della sua mente. “Ha sicuramente una predisposizione genetica per il gioco. Nel suo DNA c’è un cervello che funziona in modo diverso dagli altri; è dotato di grande consapevolezza spaziale, e anche se conosce i suoi limiti e può provare paura, si sente enormemente contento quando la supera e fa una cosa a dispetto delle remore. Deve essere qualcosa di genetico, perché noi non l’abbiamo mai incoraggiato in tal senso”. “Non possiamo imporgli dei limiti e non credo che nessuno possa farlo. Vogliamo solo che trovi il suo talento principale, che potrebbe non essere la moto. Usiamo la moto come ‘palestra di vita’, ma nel momento in cui dovesse stufarsi, non lo spingeremo a continuare. Ma per ora, si sta divertendo tantissimo”. 56

fenomeno, dichiara che un vero bambino prodigio è assai raro, all’incirca “uno ogni cinque-dieci milioni di persone”. NATURA O EDUCAZIONE David H. Feldman, psicologo presso la Tufts University di Boston, ha studiato piccoli geni dai tre ai nove anni con uno straordinario talento per la scrittura, la matematica e la musica. Ha rilevato che l’educazione svolge un ruolo molto importante, e ha osservato che “sono necessari moltissimo lavoro, molto esercizio e molto studio per sviluppare un talento. I bambini prodigio hanno bisogno di parecchia assistenza da parte di genitori e insegnanti”. Questo indica che il coinvolgimento dei genitori è importante per permettere di definire un percorso per i loro figli, che solitamente raggiungono le prestazioni di un adulto prima dei dieci anni. Un altro sostenitore del ruolo educativo è il Dott. K. Anders Ericsson della Florida State University. Lo psicologo è noto per aver sviluppato la teoria delle “10.000 ore”, ovvero la nozione per la quale la maggior parte delle capacità può essere perfezionata con 10.000 ore di esercizio. Secondo Ericsson, “l’ambiente in cui cresce un bambino ne spiega sempre le abilità”. Sono solo tratti molto essenziali, come l’altezza, ad essere determinati geneticamente. Anche in questo caso, “le differenze fra i grandi esperti e gli adulti normali riflette una vita impegnata a sforzarsi deliberatamente di migliorare le proprie prestazioni in un dominio specifico”, sostiene. In altre parole: senza esercizio, la predisposizione genetica diventerebbe irrilevante. QUALCOSA NEI GENI Altri, come David Epstein, giornalista e autore di The Sports Gene: Inside the Science of Extraordinary Sports Performance [Il gene dello sport: dentro la scienza delle prestazioni sportive straordinarie], non è d’accordo. “I bambini prodigio esistono”, dichiara. “Mozart era un piccolo genio. Sebbene l’esercizio sia importante, non può spiegare tutto”. E fa notare come Bobby Fischer divenne un grande degli scacchi dopo “appena” 3.000 ore di pratica. E questo è tutt’altro che un esempio isolato. Nel suo libro, Epstein racconta il caso di Eero Mäntyranta, uno sciatore finlandese che soffriva di una rara patologia che gli causava una sovrapproduzione di globuli rossi nel sangue, dandogli un netto vantaggio genetico. “Alle Olimpiadi nel 1964, batté il suo diretto concorrente nella gara dei 15 chilometri con un distacco di ben 40 secondi”, un margine di vittoria, dice Epstein, che “non è mai stato raggiunto né prima né dopo”. Un altro atleta specializzato in salto in alto, Donald Thomas, si era esercitato per soli otto mesi prima dei Campionati mondiali del 2007. Eppure riuscì a battere lo svedese Stefan Holm, che si esercitava dall’infanzia e che lo aveva fatto per circa 20.000 ore. Thomas è dotato di gambe e di tendini di Achille lunghissimi, che lo portano a catapultarsi nell’aria come un canguro (un animale dotato appunto di tendini di Achille molto lunghi). La predisposizione genetica spiega anche perché i corridori kenioti, e in particolare i membri della tribù Kalenjin, dominano la maggior parte delle gare al mondo sulle lunghe distanze, dice Epstein. I kalenjin sono famosi per avere caviglie e polpacci sottili, il che è un enorme vantaggio per certe attività fisiche. Sono, letteralmente, nati per correre. E non sono solo le prestazioni fisiche che possono essere influenzate dal nostro DNA. I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno identificato un legame fra il gene CHRM2 e il quoziente d’intelligenza, a sostegno della teoria per cui per quanto riguarda le nostre abilità mentali i geni hanno un’importanza maggiore rispetto all’ambiente in cui “ LA STORIA È PIENA cresciamo. D I B A M B I N I D O T A T I UN PO’ E UN PO’? D I U N T A L E N T O Eppure – ed è qui che la natura S T R A O R D I N A R I O E e l’educazione diventano collegate in modo irreversibile – A P P A R E N T E M E N T E un kalenjin deve cominciare a correre perché il suo talento INSPIEGABILE” venga espresso. Se una persona vive in un ambiente dove l’attività non è promossa né supportata, è probabile che quell’abilità non si svilupperà mai. E sebbene è innegabile che sia Mozart che Beethoven fossero nati con qualche tipo di straordinario talento musicale, non si può ignorare il fatto che i loro padri li incoraggiarono moltissimo. E questo è il motivo per cui, nel dover dare una risposta alla domanda “natura o educazione?”, la risposta è quasi sempre “entrambi i fattori”. ORA GUARDA IL FILMATO Per vedere Jett, Benjamin e Terje in azione, visita il canale YouTube di Land Rover o la nostra pagina Facebook. 57

 

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